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La tua diastasi non è il problema. Gli occhiali con cui ti guardi sì

by Elena Visentin
Aug 10, 2026
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Illustrazione: due lenti affiancate mostrano lo stesso paesaggio con una donna di spalle, a sinistra grigio e spento, a destra caldo e attraversato da un arcobaleno

Ciao mia dolce koelina,

c’è una cosa che adoro fare.

Studiare.

Se me l’avessero detto i miei professori delle superiori, probabilmente si sarebbero messi a ridere.

Eppure è successo.

A quasi cinquant’anni ho una sete di conoscenza che non avevo a quindici.

Ho fame di capire.

Di collegare.

Di andare oltre la superficie.

Non studio solo movimento, fisiologia o Pilates.

Mi piace perdermi nella storia, nella filosofia, nella psicologia… e poi ritrovare un filo invisibile che unisce tutto.

Qualche giorno fa mi è successo di nuovo.

L’origine delle cabine balneari

Ho scoperto l’origine delle cabine balneari.

Sì, proprio quelle cabine che oggi usiamo per cambiarci in spiaggia.

E no.

Non sono nate per comodità.

Nell’Ottocento, in molte località balneari europee, esistevano delle piccole casette di legno montate su ruote chiamate bathing machines.

All’inizio erano riservate all’aristocrazia e all’alta borghesia. Persino la regina Vittoria ne possedeva una privata, montata su binari, che le permetteva di entrare direttamente in mare senza essere vista.

Con il tempo si diffusero anche nelle località frequentate dalla borghesia.

Le donne arrivavano completamente vestite.

Entravano nella cabina.

Si cambiavano.

Poi quella piccola casetta veniva trainata fino all’acqua da cavalli o da persone.

Una volta immersa, la donna usciva da una scaletta sul retro.

Senza attraversare la spiaggia.

Senza sentirsi osservata.

Cabine balneari su ruote in riva al mare a Scheveningen nel 1910: una donna scende in acqua dalla scaletta sul retro

All’epoca era una questione di pudore.

Oggi quelle cabine non esistono quasi più.

Ma mi sono chiesta…

siamo davvero sicuri di aver smesso di nasconderci?

Quello che è successo sotto il carosello

Questa storia mi ha incuriosita così tanto che le ho dedicato un carosello su Instagram.

Pensavo di raccontare una curiosità storica.

Invece è nata una conversazione molto più profonda.

Sono arrivati tantissimi commenti.

Li leggo tutti.

Quelli che mi fanno sorridere.

Quelli che mi fanno riflettere.

Anche quelli che mi criticano.

Non è sempre facile.

Sto imparando, giorno dopo giorno, a filtrare, a dosare e a ricentrarmi.

Perché ogni tanto il rumore degli altri rischia di coprire la nostra voce.

E allora mi ricordo chi sono.

Perché faccio quello che faccio.

E per chi lo faccio.

Poi è arrivato questo commento

Commento ricevuto su Instagram, con nome e foto profilo oscurati: una donna racconta di essere andata in spiaggia serena dopo due gravidanze, nonostante la diastasi

L’ho letto almeno tre volte.

Non perché parlasse di una diastasi.

Non perché parlasse di una gravidanza.

Ma perché raccontava qualcosa che, secondo me, vale più di qualsiasi consiglio sul benessere.

Noi crediamo di vedere la realtà.

Ma la realtà la osserviamo sempre attraverso gli occhiali che indossiamo.

Se gli occhiali sono quelli del confronto…

vedremo sempre qualcuno con un corpo migliore del nostro.

Se sono quelli della pubblicità…

penseremo di avere sempre qualcosa da correggere.

Se sono quelli dei social…

confronteremo il nostro corpo reale con immagini selezionate, ritoccate o costruite.

Poi arriva una donna.

Una donna che non conosco.

Non è nemmeno una Koelina.

Eppure decide di regalarci una parte della sua storia.

Con una lucidità e una generosità che mi hanno profondamente commossa.

Guarda il proprio addome.

Vede una diastasi.

Vede una microcircolazione cambiata.

Vede un corpo diverso da quello di vent’anni fa.

Ma vede soprattutto altro.

Due gravidanze.

Tre figli.

Tre vite.

E scrive una frase che mi ha fatto sobbalzare il cuore.

“Se non è bello un santuario che dà vita, allora la bellezza non mi interessa.”

Non era cambiato il corpo. Erano cambiati gli occhiali

Mi sono fermata.

Perché il corpo di cui parlava era lo stesso.

Non era cambiato il corpo.

Erano cambiati gli occhiali.

Ed è qui che, secondo me, nasce tutto.

Perché avere cura del proprio corpo non significa imparare ad accettarlo passivamente.

Significa imparare a guardarlo con la giusta gradazione.

Gli occhiali devono essere calibrati sui nostri occhi.

Non su quelli degli altri.

Con le diottrie giuste.

Con la luce giusta.

Non con quella impietosa del camerino di un negozio.

Non con quella artificiale dei social.

Il corpo non è un progetto da correggere

Prendersi cura del proprio corpo non significa punirlo.

Non significa vergognarsene.

Non significa allenarsi perché lo odi.

Significa onorarlo.

Ringraziarlo.

Rispettarlo.

Per tutto quello che ha fatto.

Per tutto quello che continua a fare, anche quando noi vediamo solo ciò che manca.

Io credo profondamente che il nostro corpo sia un dono.

Un miracolo biologico.

Che ci permette di respirare.

Di camminare.

Di abbracciare.

Di imparare.

Di amare.

Di vivere.

Ed è proprio per questo che scelgo di prendermene cura.

Non per rincorrere un ideale.

Ma per rispetto.

Per gratitudine.

E quella mamma, senza saperlo, mi ha ricordato proprio questo.

Che esistono motivazioni infinitamente più nobili dell’inseguire un corpo perfetto.

Esiste la salute.

Esiste la libertà.

Esiste la gratitudine.

Esiste la vita.

E adesso una parentesi pratica

Perché amare il proprio corpo non significa ignorarne i bisogni.

Dopo una gravidanza, ad esempio, il corpo non ha bisogno di essere “rimesso a posto”.

Ha bisogno di essere accompagnato.

Diaframma, addome e pavimento pelvico hanno lavorato insieme per nove mesi adattandosi continuamente alla crescita del bambino.

È normale che abbiano bisogno di recuperare coordinazione, forza e funzionalità.

Per questo insisto così tanto sulla respirazione. Ma quella fatta come si deve, che sì, può contribuire davvero al recupero di una diastasi (se la tua è importante, fatti seguire anche da un fisioterapista del pavimento pelvico: il lavoro insieme funziona meglio).

Per questo ho creato Shape No Secret e ho inserito quello che ho appreso finora per sostenerti nel processo di “ricostruzione”.

È un percorso costruito seguendo i principi della scuola francese della dottoressa Bernadette de Gasquet, medico e ostetrica, che ha rivoluzionato il modo di comprendere il rapporto tra respiro, addome e pavimento pelvico.

Perché il core non è una tartaruga come ti vuole far credere il mondo del fitness.

È un sistema.

E prima di rinforzarlo bisogna imparare a respirare, a gestire le pressioni interne e a muoversi nel rispetto della fisiologia.

E se stai vivendo la perimenopausa

E sai una cosa?

Questo lavoro non riguarda solo chi è diventata mamma.

Se stai vivendo la perimenopausa o la menopausa, diventa forse ancora più importante.

Gli ormoni cambiano.

Cambiano i tessuti.

Può diminuire il sostegno del pavimento pelvico.

Possono comparire mal di schiena, perdite urinarie, senso di pesantezza o instabilità.

Non è una condanna.

È una nuova fase della vita.

E ogni fase merita strumenti diversi (se questi sintomi ci sono già, parlarne con il tuo medico è il primo passo, non l’ultimo).

Per questo continuo a ripetere che il movimento non serve solo a cambiare il corpo.

Serve a cambiare la qualità della vita.

Le cabine sono sparite. Noi non ancora

Le cabine su ruote sono sparite.

Ma forse molte di noi continuano ancora a nascondersi.

Non dietro una parete di legno.

Dietro il confronto.

Dietro il giudizio.

Dietro la convinzione di non essere abbastanza.

Io oggi ti auguro una cosa sola.

Che tu possa indossare gli occhiali più colorati e limpidi a tua disposizione.

Perché, quando cambia la lente… cambia anche il paesaggio.

Con affetto,

Elena 🪶

PS

Se questa Voce del Kolibrì ti ha regalato anche solo un modo diverso di guardare il tuo corpo…

inoltrala a una donna a cui vuoi bene.

Ogni giorno riceviamo abbastanza messaggi che alimentano confronto, paura e insicurezza.

Proviamo a far circolare qualcosa di diverso.

Un po’ più di luce.

Un po’ più di gratitudine.

Un po’ più di visione.

E poi scrivimi.

Dimmi qual è la frase che ti è rimasta nel cuore o quali occhiali comincerai a costruire.

Perché, se c’è una cosa che ho imparato in questi anni, è che spesso le VDK più belle… le scriviamo insieme. ❤️

KoelPilates. Non è fitness. Non è yoga. Non è palestra. È Koel.

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