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Entri in una stanza e non ricordi perché? Non è solo la menopausa

by Elena Visentin
Aug 24, 2026
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Ciao mia dolce koelina,

Donna sui cinquant’anni sdraiata sul divano al buio, illuminata dalla luce fredda dello smartphone mentre la TV resta accesa alle sue spalle, con espressione stanca e assente

C’è una frase che sento ripetere continuamente dalle donne dopo i 40.
E credimi, ho il privilegio di conoscerne taaaante.

“Elena, non ho più la memoria di prima.”

Entro in una stanza e non ricordo perché.
Apro il telefono per fare una cosa e cinque minuti dopo sto facendo tutt’altro.
Ho una parola sulla punta della lingua.
Conosco perfettamente il nome di quella persona.

Ma niente.

Vuoto.

E allora arriva la sentenza:
“È la menopausa.”

E sai una cosa?
In parte è vero.
Succede anche a me.

La brain fog nella transizione ormonale esiste

Non ce la stiamo inventando.
E non è semplicemente “sei distratta”.

Durante la perimenopausa i livelli ormonali cambiano e fluttuano. Tra questi c’è l’estradiolo, uno dei principali estrogeni.
E il cervello questa transizione la sente.
Aree importanti per memoria, attenzione e funzioni cognitive, come l’ippocampo e la corteccia prefrontale, sono sensibili agli estrogeni.

Tanto che lo SWAN (Study of Women’s Health Across the Nation), uno dei più importanti studi longitudinali sulla salute femminile durante la transizione menopausale, riporta un dato che secondo me dovremmo conoscere tutte:
circa 2 donne su 3 riferiscono problemi di memoria durante la transizione menopausale.

Due su tre.

Quindi sì.
Se hai 45, 50 o 55 anni e ogni tanto ti trovi davanti al frigorifero pensando:
“Ma io cosa ero venuta a prendere?”
puoi smettere di pensare di essere l’unica. 😅

(Una cosa però lo SWAN la scrive nero su bianco, e te la riporto: se i cambiamenti di memoria arrivano all’improvviso, parlane con il tuo medico.)

Ma c’è un pezzo di cui parliamo troppo poco

Perché sarebbe molto comodo dare tutta la colpa agli ormoni.
La domanda che mi sono fatta è un’altra:

e se il nostro cervello stesse affrontando una transizione biologica importante proprio nel momento della vita in cui noi gli concediamo meno spazio per recuperare?

Raramente siamo davvero senza stimoli

Pensaci.

Ci svegliamo e guardiamo il telefono.
Troppo dura lasciarlo fuori dalla stanza la sera?

E non dirmi anche tu:
“Eh Elena, ma io lo uso come sveglia…”
perché in consulenza ti tiro fuori almeno dieci alternative. 😂

Facciamo colazione ascoltando qualcosa.
Perché dai, ho poco tempo… almeno mi porto avanti.

Guidiamo ascoltando qualcosa.
Musica, telegiornale, pubblicità, podcast.
“Mi tiene compagnia.”

Aspettiamo cinque minuti?
Telefono. Così. Automatico.

Facciamo una passeggiata? Podcast.
Che vuoi fare, non ottimizzare anche la passeggiata?

Cuciniamo? Video.
“E la ricetta altrimenti come la imparo?”

Poi finalmente ci sediamo sul divano per “riposare”…e scrolliamo.
“Beh Elena, almeno questo lasciamelo. Me lo sono meritato.”

Assolutamente.

Ma poi arriviamo al capolavoro.
Siamo sole. Sedute sulla tazza del WC.
E anche lì…telefono. 😅

E forse, proprio in quel momento, manca quello più importante:

nessuno stimolo.

Ed è qui che voglio riportarti indietro di quasi duemila anni.

Seneca non aveva Netflix

E nemmeno Instagram.
Probabilmente aveva altri problemi. 😅

E no, non sto dicendo che “si viveva meglio quando si stava peggio”.
Anzi.
Credo che ogni epoca abbia avuto i suoi pro e i suoi contro.

Ma nella Lettera 82 a Lucilio, Seneca scrive:
“Otium sine litteris mors est et hominis vivi sepultura.”

Letteralmente, più o meno:
l’ozio senza cultura, senza nutrimento intellettuale, è come la sepoltura di un uomo ancora vivo.

Per i Romani, infatti, otium non significava necessariamente stare sdraiati a non fare niente.
Era il tempo sottratto al negotium (agli affari, agli obblighi, alla vita pubblica) e restituito alla riflessione, allo studio, alla cura di sé.

Cicerone parlava addirittura di: otium cum dignitate.
Un tempo libero con dignità.

Un tempo che non doveva necessariamente produrre qualcosa.
Ma che poteva nutrire qualcuno: te.

Donna sui cinquant’anni seduta al tavolo davanti alla finestra con una tazza tra le mani e un libro aperto, guarda fuori mentre un colibrì vola tra le foglie

E qui arriva la parte che trovo straordinaria.
Perché duemila anni dopo la neuroscienza ci sta mostrando che alcuni momenti apparentemente “vuoti” potrebbero non essere affatto vuoti.

Il cervello ha bisogno anche di momenti in cui non gli dai niente di nuovo

Surprise, surprise. 😅

Esiste un filone di ricerca sul cosiddetto wakeful rest.
In italiano (così poi non mi dici che parlo sempre inglese) significa:
riposo vigile.

In pratica?
Se dopo aver acquisito nuove informazioni rimani per un po’ tranquillamente a riposo, senza riempire immediatamente quel momento con un nuovo compito o con altri stimoli, il cervello può consolidare meglio ciò che ha appena acquisito.

E qui mi viene in mente una parola bellissima:
ruminare.

Lo so.
Tu adesso stai pensando alla vacca. 🐄
Ed effettivamente l’immagine non è così sbagliata.

“Ruminare” viene dal latino ruminare: riportare su, ripassare, masticare nuovamente.
La vacca non prende continuamente nuovo cibo.
A un certo punto si ferma e lavora su ciò che ha già introdotto.

Ecco.
Senza voler trasformare il nostro cervello in un bovino…
forse anche noi abbiamo bisogno di smettere ogni tanto di ingerire informazioni e dare tempo alla mente di lavorare su quelle che ha già ricevuto.

Nel 2025 è stata pubblicata su Psychonomic Bulletin & Review una revisione sistematica con meta-analisi dedicata proprio agli effetti del wakeful rest sul consolidamento della memoria.
Ha raccolto 37 studi, 63 esperimenti e 82 confronti.

Il risultato?
Il riposo vigile ha mostrato un effetto significativo sul consolidamento della memoria.
E, dato ancora più interessante, l’effetto era rilevabile anche a distanza di sette giorni.

Tradotto in Koelese:
quando apparentemente non stai facendo niente, il tuo cervello potrebbe avere ancora parecchio da fare.

E forse dovresti concedergli il tempo per farlo.

Riorganizzare.
Consolidare.
Integrare.
Mettere ordine.

Il grande paradosso della nostra epoca

Forse abbiamo confuso:
“non sto lavorando”
con
“sto riposando”.

E non sono necessariamente la stessa cosa.

Se finisco di lavorare e passo immediatamente a Instagram…
poi WhatsApp…
poi una mail…
poi Netflix…
poi di nuovo Instagram…
il mio corpo può anche essere immobile sul divano.

Ma continuo a introdurre informazioni.

Immagini.
Parole.
Facce.
Notifiche.
Decisioni.

Stimoli. Stimoli. Stimoli.

Torniamo a quella donna davanti al frigorifero

Magari con pure un po’ di nausea. 😅
Ha 48 anni. Gli ormoni stanno cambiando. Forse dorme peggio.

E tu lo sai quanto io consideri il sonno un vero trattamento.
Tra l’altro lo SWAN conferma che la qualità e la quantità del sonno tendono a peggiorare a partire dalla perimenopausa, e che disturbi e frammentazione del sonno possono avere conseguenze importanti sul benessere e sulla funzione cognitiva.

Magari ha avuto una vampata alle tre di notte. Ha un lavoro.
Una famiglia. Mille cose da ricordare.

E negli ultimi vent’anni ha progressivamente eliminato dalla propria giornata quasi tutti quei piccoli momenti nei quali una volta…non succedeva niente.

La fila. Guardare le persone intorno a te.

L’autobus. Gustarti il viaggio.

La passeggiata. Vivere la passeggiata.

I dieci minuti prima di un appuntamento. Ascoltare come stai.

Il caffè. Ahhhh. Che buon sapore.

Persino il bagno. 😅
Diciamolo: la cacca non si fa più come una volta.
Adesso c’è sempre qualcosa da guardare.

E allora forse la domanda non è quella

“La mia brain fog dipende dagli ormoni oppure dal mio stile di vita?”

Sarebbe troppo semplicistico.

La domanda più utile potrebbe essere:
“Quanto della mia brain fog appartiene alla transizione ormonale e quanto può essere amplificato dal modo in cui sto vivendo questa transizione?”

Perché possono contribuire molte cose.
La transizione ormonale è reale.
Il sonno conta.
Lo stress conta.
I sintomi vasomotori possono contare.
La salute metabolica e cardiovascolare conta.
L’attività fisica conta.
E conta anche il modo in cui usiamo, e proteggiamo, la nostra attenzione.

Ecco perché vorrei aggiungere una cosa alla nostra idea di benessere dopo i 40.

Non soltanto movimento: anche se io educo continuamente al miracolo del movimento e adoro viverlo come una forma di meditazione.

Non soltanto alimentazione: io adoro mangiare bene e gustarmi quello che ho, con gratitudine, ogni giorno.

Non soltanto sonno.
Lo sai: io considero il sonno un trattamento.

Ma anche:

Ozio

Quello vero. Dieci, quindici minuti senza riempirli.

E te lo dico sapendo perfettamente che sto parlando anche a me stessa.
Perché, se mi conosci, lo sai.

Io sono un colibrì. Sempre in movimento. Sempre con qualcosa da fare, leggere, studiare, creare.

E dopo aver approfondito queste ricerche sto cercando di migliorare anche io.

Una passeggiata senza podcast. Un caffè senza telefono. Qualche pagina di un libro.

A proposito: cosa stai leggendo in questo momento, tesoro?

Guardare fuori dalla finestra. Respirare. Muovere lentamente il corpo senza contare calorie, passi, minuti, ripetizioni.

Lasciare che per qualche minuto: non arrivi niente di nuovo.
E osservare cosa succede.

Donna sui cinquant’anni all’aperto al tramonto, occhi chiusi e viso rivolto verso l’alto, una mano sul petto e una sull’addome mentre respira

Non ti sto dicendo che quindici minuti senza Instagram “curano” la brain fog.
Sarebbe falso.

Ti sto dicendo qualcosa che, personalmente, trovo molto più interessante:
forse proprio mentre il nostro cervello attraversa una delle transizioni biologiche più importanti della vita femminile, dovremmo smettere di chiedergli continuamente di fare di più.

E sai come si dice?
È proprio nel momento del bisogno che riconosci i veri amici.

E allora prova a diventare amica del tuo cervello proprio adesso.
Non chiedergli continuamente performance.
Dagli spazio.

Seneca lo chiamava otium.
La ricerca oggi studia fenomeni come il wakeful rest.
Noi possiamo chiamarlo silenzio.
Presenza.
Recupero.

A me piace pensarlo semplicemente così:
uno spazio in cui il cervello non deve occuparsi continuamente del mondo e può avere qualche minuto per occuparsi di ciò che ha già vissuto.

Uno spazio da proteggere. Quasi da custodire gelosamente.

Perché il nostro organismo possiede una straordinaria capacità di adattarsi, riorganizzarsi e recuperare.
Ma anche le capacità naturali hanno bisogno delle condizioni giuste per esprimersi.

Questa settimana ti chiedo una cosa strana

Non aggiungere qualcosa alla tua routine. Togli qualcosa.

E soprattutto: evita di fare due cose quando potresti farne una.

Per quindici minuti al giorno.

Niente telefono.
Niente podcast.
Niente Netflix.
Niente da imparare.
Niente da ottimizzare.

Cammina.
Respira.
Muoviti.
Guarda.
Oppure non fare assolutamente nulla.

E soprattutto…non sentirti in colpa.

Perché forse, dopo i 40, dobbiamo recuperare una capacità che questa epoca ci ha fatto quasi dimenticare: oziare non significa necessariamente perdere tempo.
A volte significa restituire tempo al nostro cervello.

E adesso sono curiosa.
Quando è stata l’ultima volta che hai trascorso davvero quindici minuti senza fare e senza consumare nulla?

Niente contenuti. Niente informazioni. Niente produttività. Solo tu.

Se fai fatica a ricordarlo…beh.
Forse abbiamo trovato un buon punto da cui iniziare. 💛

Rispondimi a questa newsletter.
E se questa settimana provi a riprenderti quei quindici minuti, raccontami come ti sei sentita.

Un abbraccio,
Elena 🪶

KoelPilates. Non è fitness. Non è yoga. Non è palestra. È Koel.

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