Hai paura di cambiare? La risposta è nascosta in un anemone

Ciao mia dolce koelina,
non so se la pensi anche tu così, ma ci sono cartoni animati di una profondità psicologica incredibile. Alla ricerca di Nemo è uno di quelli. Dentro una storia apparentemente semplice racconta, secondo me, uno dei motivi più profondi per cui facciamo così fatica a muoverci, cambiare abitudini e uscire da ciò che conosciamo.
Ma facciamo un passo indietro, perché voglio spiegarti come sono arrivata fin qui.
Se mi segui su Instagram sai che parlo soprattutto del mio lavoro, del movimento e del corpo. Ma parlo anche delle mie passioni. Una di queste è la psicologia.
Non sono una psicologa, quindi tutto quello su cui rifletteremo insieme nasce dalla mia esperienza personale, dalle mie letture, dal percorso che ho fatto anche con una professionista, dalle deduzioni che ho applicato prima di tutto su me stessa e dall’esperienza umana che sto costruendo da decenni insieme alle donne.
Chiarito il mio ruolo e rese realistiche le aspettative, ti spiego perché oggi sono qui a parlarti proprio di questo.
Quello che sta succedendo a mia madre
In questi giorni, l’ultima settimana di luglio 2026, mi avete vista parlare spesso di mia madre.
Sto trascorrendo qualche giorno con lei e la sto aiutando a eseguire gli esercizi per la schiena prescritti dal suo fisioterapista. Sono movimenti semplici, approvati dal professionista che la segue, e ogni giorno aggiungiamo un piccolo tassello.
Ci tengo a essere chiara anche su questo. Io non curo patologie. Sono un’insegnante di Pilates e lavoro per rendere il corpo più funzionale e per supportare i protocolli dei professionisti, quando ci sono. Ognuno ha il proprio ruolo e per me dirlo è una forma di rispetto nei vostri confronti.
La cosa che mi sta colpendo, però, non è soltanto il miglioramento del corpo di mia madre.
È quello che succede nella sua mente.
Quando viene stimolata, quando si sente accompagnata e quando decide di mettersi in gioco, ottiene risultati enormi anche dal punto di vista cognitivo. E questa cosa, lo ammetto, mi sorprende e mi emoziona.
Qualche giorno fa ne ho parlato nelle stories. Non era un pensiero buttato lì tanto per dire. Era qualcosa che stavo osservando da vicino.
Poi mi è arrivato questo messaggio nei dm:

L’ho letto.
Poi l’ho riletto.
E ho capito che quella riflessione meritava molto più spazio.
Ed eccomi qui, in pieno agosto. Forse mi stai leggendo sotto l’ombrellone, davanti a un caffè o sorseggiando qualcosa di fresco nel tuo momento di vacanza.
In ogni caso, non stavo parlando soltanto della schiena di mia madre.
Stavo parlando di uno dei meccanismi più diffusi che abbia incontrato in tutti questi anni.
Ha paura che un esercizio funzioni davvero
Mia madre, per esempio, ha paura che un esercizio funzioni davvero.
Sembra assurdo, vero?
Anch’io, quando l’ho pensato la prima volta, mi sono detta: ma Elena, che stai dicendo?
Poi l’ho osservata meglio.
Se quell’esercizio funziona, domani bisognerà rifarlo.
E poi dopodomani.
E la settimana successiva.
E magari anche il mese successivo.
Il benessere, nella sua mente, smette di essere soltanto qualcosa di desiderabile e diventa un impegno.
Un impegno che teme di non riuscire a mantenere.
E quindi, senza nemmeno rendersene conto, diventa quasi più rassicurante restare dove si è.
Ma che sei matta?
La cosa curiosa è che mio padre ha lo stesso identico schema mentale.
Non vuole iniziare a muoversi.
Non perché creda che il movimento non serva.
Anzi.
Sa perfettamente che gli farebbe bene. Glielo dice Uno Mattina, glielo dice il telegiornale, glielo dice il cardiologo, glielo dicono i figli.
Lo sanno tutti.
Ma il problema non è sapere.
Il problema è che, se iniziasse, poi dovrebbe essere costante.
E quella costanza lo spaventa più della sedentarietà.
Non è pigrizia. È paura
Quando ho iniziato a rifletterci seriamente, mi sono resa conto che questa dinamica non appartiene soltanto ai miei genitori.
L’ho vista centinaia, forse migliaia di volte.
Donne che vogliono stare meglio.
Comprano il tappetino.
Le scarpe nuove.
L’abbonamento.
Il corso.
L’orologio che conta i passi.
Poi arriva il momento di iniziare davvero e qualcosa si blocca.
Per anni ho pensato che fosse mancanza di disciplina.
Pigrizia.
Poca motivazione.
Oggi non lo credo più.
Credo che molto spesso sia paura.
Anzi, a volte è proprio terrore.
Non del cambiamento in sé, ma di quello che il cambiamento chiederà dopo.
Perché stare meglio significa anche assumersi una responsabilità.
E sì, mia cara, questa motivazione è molto più profonda e viscerale di quanto sembri.
E se poi non riesco?
E se mollo?
E se deludo me stessa un’altra volta?
E se non vedo risultati con la velocità che mi aspetto?
E se inizio e poi torno esattamente al punto di partenza?
Lo status quo bias: perché restiamo dove ci fa male
Davanti a tutte queste domande il cervello spesso sceglie ciò che conosce già.
Perfino quando ci fa soffrire.
In psicologia si parla anche di status quo bias, cioè della tendenza a preferire una situazione conosciuta rispetto a una nuova, anche quando quella conosciuta non ci fa stare bene.
Il familiare è prevedibile.
E ciò che è prevedibile ci sembra più sicuro.
L’ignoto, invece, richiede energia.
Per questo tante persone restano in lavori che odiano.
“Sì, ma che sei matta? Con questi tempi dove lo trovo un altro lavoro? E poi cosa so fare? Niente di particolare. E se divento povera? Beh, lo sono già. Intendo ancora più povera.”
Restano in relazioni che le fanno stare male.
“Ha avuto un’infanzia difficile. Mi ama, è solo che non ama se stesso. Me lo merito.”
Restano dentro abitudini che sanno essere dannose.
“Sono libera e posso fare quello che voglio con il mio corpo.”
“Mio nonno ha fumato fino a novant’anni e non gli è mai successo niente.”
“Quel ragazzo è morto di tumore ai polmoni senza aver mai fumato, quindi tanto vale.”
“Guardo i social fino a mezzanotte perché durante il giorno sono sempre per gli altri e almeno questo è il mio momento.”
“I video dei gattini mi rilassano.”
“E poi i dolci mi tirano su il morale.”
“Lunedì inizio.”
“La vita è una e bisogna godersela.”
Le frasi cambiano, ma il meccanismo è sempre lo stesso.
Non restiamo necessariamente perché quelle situazioni siano piacevoli.
Restiamo perché sono prevedibili.
Le conversazioni che ripetiamo diventano il posto in cui viviamo
Sono le stesse frasi che magari sentiamo ripetere da anni dalle persone che frequentiamo di più.
Fai una prova.
Questa settimana ascolta davvero le conversazioni che fai con i tuoi amici più stretti o con i tuoi familiari.
Di cosa parlate?
Degli acciacchi?
Delle bollette?
Della pensione?
Delle vacanze degli altri?
Dei politici?
Oppure parlate di libri, idee, progetti, sogni, cose nuove da imparare?
Le conversazioni che ripetiamo diventano il paesaggio mentale nel quale viviamo.
Anch’io restavo
Anch’io ci sono passata, tranquilla.
Ho fumato.
Sono rimasta in relazioni che non riconoscevano il mio valore.
Ho mangiato senza chiedermi se stessi nutrendo il mio corpo o se stessi semplicemente riempiendo un vuoto.
Ho lavorato per persone che mi trattavano come una pezza da piedi e che non mi facevano nemmeno immaginare di poter avere un valore diverso.
Mi sono messa in proprio a quarantadue anni.
E oggi, grazie a Dio, le cose vanno bene.
Prima però restavo.
Anche quando sapevo che mi stavo facendo del male.
Perché il conosciuto, anche quando ferisce, dà una strana illusione di sicurezza.
Poi un giorno ho detto basta.
E no, questa volta non il solito “basta” detto sull’onda dell’entusiasmo.
Basta davvero.
Il processo, non la motivazione
Ma attenzione: non ho cambiato tutto insieme.
Ogni volta che avevo provato a farlo, dopo tre giorni tornavo esattamente da dove ero partita.
Strano, vero?
Tre giorni perfetta e poi ricominciava tutto da capo.
E grazie.
Se ci avevo messo decenni ad arrivare in quelle condizioni, come potevo pretendere di risolvere tutto in settantadue ore?
Ridicolo.
Eppure tremendamente realistico.
Così mi sono decisa.
Avrei smesso di dare tutta quella fiducia alla motivazione passeggera.
E mi sarei arresa all’unica realtà capace di darmi risultati: il processo.
James Clear, in Atomic Habits, spiega molto bene questo concetto.
E sì, te lo dico: dopo la Bibbia, la Bibbia davvero, è uno di quei libri che secondo me vale la pena avere in casa, leggere e soprattutto capire.
Il cambiamento duraturo non nasce dalle grandi rivoluzioni.
Nasce dalle piccole azioni ripetute abbastanza a lungo da diventare parte della nostra identità.
Ogni volta che ripeti un gesto, stai accumulando una prova.
Non dici più soltanto:
“Oggi ho fatto attività fisica.”
Cominci a pensare:
“Io sono una persona che si prende cura del proprio corpo.”
Non sono una persona che ogni tanto fa sport.
Sono una persona sportiva.
Ed è lì che cambia tutto.
Marlin, Nemo e l’anemone
Mentre riflettevo su questo mi è venuto in mente un altro padre.
Il padre di Nemo.
Hai visto il cartone?
Marlin.
Sai perché mi ricorda mio padre?
Perché entrambi credono che il posto più sicuro sia quello che conoscono.
Marlin tiene Nemo nell’anemone perché il mare aperto gli fa paura.
Non perché non ami suo figlio.
Al contrario.
Lo ama così tanto da voler eliminare ogni rischio.
Ma, senza rendersene conto, mentre cerca di proteggerlo gli impedisce anche di crescere.
Nemo, invece, scopre qualcosa di straordinario.
Che non si impara a nuotare restando dentro l’anemone.
Si impara entrando nell’acqua.
Un’onda alla volta.
Una corrente alla volta.
Con qualcuno vicino che ti accompagna, finché non scopri che in realtà eri già capace.
Perché ho creato lezioni da quattordici minuti
Forse è anche per questo che ho costruito Koel in questo modo.
Molte persone mi chiedono perché abbia creato lezioni da quattordici minuti, o anche meno, pur sapendo che allenamenti più lunghi possono produrre adattamenti più marcati.
Grazie, lo so anch’io.
Ma non volevo allenare soltanto il corpo.
Volevo allenare la fiducia.
Volevo dare speranza.
E quando mi arrivano certe recensioni capisco di essere arrivata alla donna giusta.
A quella che non si ferma all’apparenza.
A quella che vuole costruire sostanza.
Qualcosa di solido, che il primo terremoto non faccia crollare.
Lo so che quattordici minuti non trasformano il tuo fisico in una settimana.
Sono l’inizio.
Sono il momento in cui esci dal tuo anemone, carino e rassicurante, ma dentro al quale continuerai sempre a girare in tondo.
Quei quattordici minuti servono a trasformare il tuo rapporto con la costanza.
Il cervello non si spaventa.
Non percepisce quella pratica come una montagna impossibile.
La accetta.
La ripete.
E, ripetendola, cambia.
Preferisco vederti fare quattordici minuti quattro volte a settimana piuttosto che un’ora ogni tanto, vivendo ogni allenamento come una punizione o come qualcosa da cui doverti riprendere.
Perché il cambiamento raramente arriva con un tuffo.
Arriva entrando nell’acqua un po’ alla volta.
Finché, senza quasi accorgertene, scopri che stai già nuotando e mi assomigli a lei.
Qual è il tuo anemone?
Se questa riflessione ti ha toccata, rispondimi.
Raccontami qual è il tuo anemone.
Quel posto che conosci così bene da continuare a sceglierlo, anche se sai che non ti sta più facendo crescere.
Leggo le vostre mail.
E spesso siete proprio voi, con le vostre storie, a regalarmi una prospettiva nuova.
Con affetto,
Elena 🪶
KoelPilates. Non è fitness. Non è yoga. Non è palestra. È Koel.
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