I social non hanno inventato l’illusione. Platone l’aveva già spiegata
Ciao mia dolce koelina,
stamattina sei passata davanti allo specchio. E la prima cosa che hai visto è stata quella di sempre.
Semplice e brutale: i tuoi difetti.

Magari eri ancora assonnata. Magari avevi il caffè in mano, magari stavi semplicemente andando a lavarti i denti (prima il caffè o prima i denti? Di questo ti parlo già nella piattaforma).
Ma poi è successo.
Non ti sei limitata a guardarti.
Hai iniziato a valutarti. Ed è stata una valutazione seria. E tu credi sia oggettiva.
Il ventre sembra un po’ più gonfio.
Quelle gambe non sono affusolate come quelle di quella su Instagram che ha fatto quell’esercizio miracoloso.
Il sedere “piatto” (come il mio) o troppo sporgente.
Le rughe di oggi sembrano più evidenti. Ma funzionerà quella crema che stanno sponsorizzando tutte?
I capelli non collaborano. Sempre più fini e secchi. Ma quanti impacchi devo farmi? E poi è tutta roba chimica, funzionerà davvero?
E senza rendertene conto hai emesso un verdetto su te stessa, in meno di dieci secondi. Perché il cervello ha il turbo. Ooo sì, mia cara overthinker! 😊
E poi, quasi in automatico, prendi il telefono
Subito dopo, quasi in automatico, prendi il telefono.
Instagram.
Una donna della tua età.
Un’insegnante di fitness.
Una modella.
Un’influencer.
Il tuo feed è pieno di queste piccole opportunità di confronto, che sane non sono per niente.
Una donna più adulta di te che sembra avere la pelle perfetta, il punto vita perfetto, la cucina perfetta, il matrimonio perfetto, il lavoro perfetto e perfino il cane o il gatto perfetto.
E il confronto è immediato.
Non c’è nemmeno bisogno che tu lo scelga.
Il tuo cervello lo fa da solo, e tu gli stai dando in pasto questi input ancora prima di essere del tutto sveglia.
E lui crede che sia la realtà. Ma anche quando ha la lucidità di ammettere che si tratta di filtri o finzione, tu scegli comunque di crederci, e di desiderare che quella realtà ti appartenga. Quella casa tutta beige. Quegli elettrodomestici che semplificano la vita. Quell’esercizio che ti fa sudare e dimagrire.
Non è stato Instagram a inventarlo
La cosa incredibile, anzi assurda, è che questo meccanismo non è nato con Instagram. Non possiamo attribuire la responsabilità della nostra frustrazione al social di turno. Perché oggi c’è Instagram, ma ieri c’era la caverna di Platone.
Oggi questo meccanismo ha semplicemente trovato un ambiente perfetto per moltiplicarsi e diffondersi in misura ancora maggiore, considerata la globalizzazione e l’espansione sempre più prorompente dell’imperfezione umana.
Più di duemilaquattrocento anni fa, Platone aveva già descritto qualcosa di molto simile.
No, ovviamente non parlava di social network.
Ma parlava di una cosa molto più profonda: di quanto l’essere umano possa facilmente confondere le immagini con la realtà.
Nella Repubblica, attraverso il celebre mito della caverna, racconta di uomini che trascorrono tutta la vita osservando ombre proiettate su una parete.

Per loro, quelle ombre sono il mondo.
Non sanno nemmeno che esista altro.
Nessuno sta mentendo loro. Stanno semplicemente scambiando una rappresentazione per la realtà.
I quattro livelli della realtà
Ma Platone affronta questo tema anche in un altro modo: parla di diversi livelli della realtà. Ed è qui che, ogni volta che ci penso, mi vengono i brividi. Perché sembra scritto per noi, i noi del 2026.
Immagina quattro livelli.

Il primo è l’Idea. La bellezza nella sua forma più pura. Non una persona bella. La Bellezza: perfetta, immutabile, assoluta. Per Platone esiste solo nel mondo delle Idee. Nessun essere umano la possiede. Nessuno.
Il secondo livello siamo noi. I corpi reali. Quelli che invecchiano, che hanno cicatrici, che cambiano con le gravidanze, con gli ormoni, con la menopausa, con gli anni, con le giornate storte. Sono già, secondo Platone, copie imperfette dell’Idea. Ma sono vive. Respirano, camminano, abbracciano, ridono, piangono, fanno esperienza. Sono l’unica realtà concreta che abbiamo.
Poi arriva il terzo livello: lo specchio. Lo specchio non crea nulla, riflette. È già una copia. Dipende dalla luce, dall’angolazione, dalla distanza, persino dal nostro stato emotivo. Ti sei mai accorta che nei giorni in cui sei triste ti sembri improvvisamente più brutta? Il corpo è identico. È cambiato solo il modo in cui il cervello lo interpreta.
E infine, il quarto livello. Quello che Platone non avrebbe mai potuto immaginare. Instagram, TikTok, le fotografie ritoccate, le pose studiate, le luci professionali, le app che assottigliano il punto vita, che cancellano le rughe, che cambiano la forma del viso, che modificano persino gli occhi. A volte non stiamo nemmeno osservando una persona. Stiamo osservando una costruzione. Un’immagine che non è mai esistita nella realtà, nemmeno per un secondo.
È come confrontare una mela con il disegno di una mela
Eppure succede una cosa curiosissima.
Noi prendiamo il nostro corpo reale e iniziamo a confrontarlo con quella costruzione.
È come confrontare una mela con il disegno perfetto di una mela.
Indovina chi perde. Sempre.
Non perché tu sia sbagliata. Perché il confronto è truccato. È come pretendere di vincere una gara in cui l’altra concorrente non è nemmeno una persona: è un progetto grafico.
Il corpo non è nato per essere guardato
E sai qual è il rischio più grande? Che lentamente smettiamo di vivere il nostro corpo, e iniziamo soltanto a osservarlo. Lo giudichiamo, lo correggiamo, lo fotografiamo, lo nascondiamo. Ma smettiamo di ascoltarlo.
Eppure il corpo non è nato per essere guardato. È nato per essere abitato.
Pensa a una bambina di cinque anni. Quando corre, sta pensando a come appaiono le sue cosce? Quando si arrampica, si chiede se il suo addome è piatto? Quando ride, controlla il doppio mento?
No. Lei usa il corpo, e le interessa solo che funzioni e le permetta di giocare.
Noi, crescendo, abbiamo iniziato soprattutto a osservarlo. O ce l’hanno fatto osservare. E forse una parte della nostra libertà si è persa proprio lì.
La domanda che mi faccio nei giorni di lucidità
Per questo, ogni tanto, mi piace fare un piccolo esperimento. Nei giorni di lucidità, invece di chiedermi “come mi vedo oggi?”, mi sforzo (maledettamente difficile) di chiedermi:
“Che cosa mi ha permesso di fare oggi questo corpo?”
Mi ha portata a fare una passeggiata? Mi ha permesso di giocare con mio marito? Mi ha fatto salire le scale senza fermarmi? Mi ha lasciato respirare profondamente? Mi ha fatto sentire il sole sulla pelle? Mi ha consentito di abbracciare una persona che amo?
Perché il valore di un corpo non è nella fotografia che produce. È nella vita che rende possibile.
Ed è qui che, secondo me, Platone ha ancora qualcosa da insegnarci. La verità non si trova nell’immagine più perfetta. Si trova tornando sempre un passo più vicino alla realtà. Un passo più vicino a noi.
Meno filtri. Meno confronti. Più esperienza, più movimento, più presenza, più gratitudine.
Cinque cose che mi rendono la lotta più leggera
So che è difficilissimo.
Ecco 5 cose che mi aiutano a sentire la lotta più leggera:
• Non uso il cellulare nella prima ora dopo il risveglio. Prima guardo fuori, prima muovo il corpo in modo leggero, prima me ne prendo cura. Poi accendo i dispositivi, e così non permetto loro di iniettarmi in modo passivo ciò su cui non voglio concentrarmi. Se cerchi spunti li trovi nella Mattina d’oro.
• Metto un timer all’utilizzo dei social, altrimenti scrollo sempre.
• Sto con persone che considerano il corpo un dono, non una performance.
• Se sono stanca, non guardo i social. Prenderebbero il sopravvento.
• Ho smesso di seguire account che mi frustrano invece di ispirarmi.
E quando mi guardo allo specchio e vedo il mio sedere “piatto”, mi ricordo che me l’ha trasmesso mia madre, che mi vuole tanto bene, e che comunque posso lavorarci, perché la genetica è un punto di partenza, non una condanna.
Tu sei molto di più di un riflesso
E se passerai davanti allo specchio, invece di chiederti se sei abbastanza bella, potresti sorridere pensando che quello è soltanto un riflesso.
Tu sei molto di più.
Tu sei quella che respira. Quella che cammina. Quella che cade. Quella che si rialza. Quella che sente. Quella che vive. Quella che sta dedicando il suo tempo a un argomento profondo, e se ti interessa è perché riflette la tua natura.
E quella persona non entrerà mai completamente dentro uno specchio. Sei troppo GRANDE per rimpiccolirti così!
Ma basta... non parlo più io...
Ti va di raccontarmi tu di un momento della tua giornata in cui hai sentito la differenza tra come ti vedevi e come ti sei davvero sentita nel corpo?
Rispondi pure a questa email, la leggo sempre personalmente e ne faccio tesoro.
Ti voglio bene, e ti vedo con gli occhi dell’amore.
Un abbraccio,
Elena 💛
KoelPilates. Non è fitness. Non è yoga. Non è palestra. È Koel.
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